mine delle sue pene. E per verità se non fossimo sicuri di
avere una volta a morire, come potremmo resistere a sì
lunghi malori, da cui è travagliato questo nostro misero
corpo, ed a' quali più non speriamo rimedio? Quel che ci
dà pur forza a soffrire si è l'andar pensando, che colla mor–
te termineranno i nostri mali, e nel sepolcro cesseranno li
nosri dolori. Non sono però li travagli del corpo maggiori
di quelli dell'animo, anzi forse più sensibili ei riescono
questi ultimi, massime quando ci vengono cagionati dagli
uomini stessi, con cui dobbiamo trattare. Purtroppo mai
non mancano degli avversari, che o apertamente, od oc–
cultamente ci perseguitano, e fra questi trovansi talora al–
cuni, che furono da noi grandemente beneficati. Quanto
pungente spina sia questa per un cuor ben nato, lo può so–
lo spiegare chi lo prova.
Ma
finis venit
anche per li persecutori,
venit finis,
e per
quanto essi nutrano mal animo contro di noi, dopo la mor–
te
non habent amplius quidfaciant.
Il sepolcro ci mette al
coperto di ogni persecuzione, anzi le persecuzioni stesse
sofferte con longanimità e fortezza d'animo ci saranno di
sicura caparra dell'eterna nostra beatitudine.
Che se pur niente ci tocchi di sopportare per parte degli
uomini, non abbiamo forse tutti degli interni nemici da
combattere, e quanto è pur dolorosa questa continua
guerra?
Foris pugnae, intus timores,
sclamava l'Apostolo. Ahi
quanto è penosa per un'anima cristiana l'incertezza, in cui
vive, d'essere in grazia del suo Dio, ed il pericolo di offen–
derlo! Il sepolcro però ci assicura anche da questi timori,
chè se
il
Signore ci usa misericordia nel punto estremo di
nostra vita, siamo certi quindi innanzi di non averlo mai
più ad offendere.
Sìfinis venit, venitfinis,
e tutte le nostre
pene saranno dissipate, e pace sarà imperturbabile nelle
anime nostre. O sepolcro adunque, luogo invidiabile per
ogni vero Fedele, lido sicuro, a cui approdando da ogni
tempesta di questo infido mare della mondana vita felice–
mente scampiamo.
Se non che alle anime dei giusti trapassati resta ancora
nell'altra vita da soffrire pene temporali è vero, ma pur
acerbissime, qualora non siano abbastanza monde da ogni
benché menoma macchia. Non ha però da seppellirsi nella
fossa, in cui giacciono i loro corpi, la memoria delle ani–
me, che sono immortali, e destinate già per la beata eterni–
tà, pur ne vengono ancora trattenute lontane. No, che per
queste benedette
animefinis non venit,
e la vista del luogo
dove riposano le loro ossa debbe anzi servire di eccita–
mento a recar ad esse suffragio, onde possano quanto pri-
PRO.
'UNZI.UOCOLOMBANO CHIAVEROTI
ARCIVESCOVO DI TORINO
NELL'OCC.lSIO!fE
DELLA SOLENNE BENEDIZIONE
DEL NUOVO
C.UIPO §ANTO
TORINO
~!DCCCXXIX:
l'El\ GLI EREDI
BOTfA STAMPATO!\! AI\ClVESCOVlLl
E DELLA
CITTA"
ma giungere colà, dove
non erit amplius neque luctus, ne–
que e/amor, neque do/or erit ultra.
Quando all'ultimo fine la mente non si applica, ma nelle
terrene cose è occupata, difficilmente ci sovviene delle
anime de' poveri defunti; ma se si contempla la fossa, dove
i loro corpi stanno sepolti, forz'è pure che ci ricordiamo di
esse, e i loro sospiri in certo modo ascoltiamo, e le calde
preghiere, con cui implorano il nostro soccorso.
Utile pertanto è la vista del sepolcro per li viventi, cui serve
di disinganno insieme, e di conforto; ed utile non meno
per i defunti, cui serve a procurar i più pronti, e copiosi suf–
fragi.
Faccia il Signore, che questo doppio effetto produca nei
Fedeli astanti la sagra funzione, cui stiamo per dare princi–
pio della solenne benedizione di questo Cimitero, che di
profano, com'era sinora, diverrà sagro, religioso ed invio–
labile. Questa è appunto l'autorità, che ha la Chiesa, di far
sì, che le terrene cose per mezzo de' suoi riti, e delle sue
orazioni acquistino una speciale consacrazione al Divino
culto, e nello stesso modo, che un tratto di terreno profa–
no, nel quale vogliasi edificare un oratorio, per l'ecclesia–
stica benedizione diventa Casa del Signore, così resterà
pure dopo la benedizione santificato questo Cimitero, nè
potrà più ad altro uso servire, fuorché al pio e religioso
d'interrarvi i corpi dei Fedeli defunti. Qui è vietato persino
di coltivare alberi fruttiferi, di seminare, o servirsi dell'er–
ba che naturalmente vi nasca per nutrirne bestiame, ma
dovrà essa quivi stesso consegnarsi alle fiamme . Tanto
meno ancora potrebbe questo luogo essere in qualche par–
te destinato per deposito di profani mobili, fuorché delle
cose necessarie al servizio dello stesso Cimitero. Che più?
Quelle opere stesse che profanano la Chiesa onde abbiso–
gni di essere riconciliata, obbligano pure ad una nuova
riconciliazione li Cimiteri.
Veggasi dunque quanta sia la santità di questo luogo, che
potrebbe forse a taluni parer dispregievole:
Locus,
ben
possiamo dire di questo Sagro Recinto, come disse già il
Signore a Mosè,
focus in quo stas, terra sancta est.
Ma se in luogo sagro riposano le ossa, procurisi altresì col–
la santità de' costumi, che in pace vengano a riposare le
anime di tutti coloro, che quivi
in pulvere terrae dormient.
Così sia.
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