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E subito la città - i Reali in testa - si impegnò nell'arredare le sue piazze. i suoi
giardini , i muri delle sue case di statue, busti , lapidi, medaglioni, mobilitando i
migliori artisti disponibili.
E divenne in breve "la città più monumentata d'Italia".
Dalla città dei vivi alla città dei morti il passo fu breve : chi poteva rinunciare. se
le sue finanze glielo consentivano . a onorare i "cari defunti". a ristabilire con loro
un consueto rapporto di affetto e di riconoscenza , ora che per loro la Comuni–
tà aveva assegnato uno spazio sempre più vasto? Centinaia di statue e di cap–
pelle sorsero presto nel cimitero facendone via via un'altra città che con le sue
epigrafi scriveva anch'essa e completava la Storia raccontata dai "cittadini di pie–
tra" disseminati nel contesto urbano.
Ma perché mortificare con quel nome generico di "cimitero generale" un'area
ormai così ricca d'arte da configurarsi quasi come un museo d'arte all'aperto?
Accogliendo la proposta di Beppe Lodi , nella sua veste di assessore ai cimiteri .
conservatore e "awocato" della città dei morti, diciassette anni fa il Consiglio
comunale decise di dare al cimitero generale l'appellativo che meglio gli si con–
faceva : il "cimitero monumentale" o
tout court
"il Monumentale". Un titolo che i
torinesi adottarono subito tanto da far dimenticare il precedente. E così appro–
priato da far sì che la scelta operata dalla Comunità Europea includesse proprio
la capitale del Piemonte (con Dublino, Madrid e Genova] da presentare come
esempio nel sontuoso volume di "Arte e architettura funeraria".
Il cuore del complesso
è
un monticello circolare su una cripta ossario ricoper–
to da un tappeto dei fiori della pietà di chi nella grande Croce che lo sormonta
vede il simbolo della continuità della vita per tutti .
Dieci anni dopo l'inaugurazione fu realizzato il primo ampliamento progettato da
Carlo Sada , architetto di Casa Reale . destinato ad accogliere le generazioni del
Risorgimento e dell'unità d'Italia . Altri ampliamenti attorno al nucleo primitivo si
susseguirono in un continuo sorgere di nuovi monumenti, di statue e cappelle
firmate dagli scultori "di moda". alcuni di particolare valore storico - artistico.
Cosicché "l'Altra città", come la città dei vivi , riflette gusti e stili legati ai tempi
in cui si
è
via via formata. configurandosi in uno straordinario percorso musea–
le della memoria , in cui
è
possibile anche rivisitare una inedita Storia di Torino.
riproposta da scultori e architetti di grido.
Nel volume "Arte e architettura funeraria"' patrocinato dalla Commissione Euro–
pea
è
inserita una serie di schede che restituiscono attualità a personaggi su
cui il tempo del passato ha disteso il velo dell'oblio ma che sono per così dire in
attesa di riproporre in chiave di recupero e valorizzazione quell'eccezionale patri–
monio d'arte e di vita vissuta.
A titolo di esempio: ecco. nella prima ampliazione [1857) il "Dolore" della vedova
Margherita Trotti Bentivoglio raffigurata da una statua di marmo bianco che pian–
ge, coprendosi il volto, la scomparsa del marito, il geologo Giacinto Provana di Col–
legno. uno dei protagonisti dei moti del '21 , senatore e ministro della Guerra.
La scolpì Vincenzo Vela di Ligornetto
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(dove
è
la gipsoteca dei suoi bozzetti in
gesso). professore all'Accademia e autore anche di alcuni monumenti cittadini:
Cesare Balbo, storico e politico a cui i torinesi nel 1856 , tre anni dopo la mor–
te dedicarono una statua di marmo nel giardino dei Ripari [l'attuale aiuola Bal–
bo]. l'Alfiere Sardo raffigurato nella statua in piazza Castello offerta al Comune
di Torino dai fuoriusciti milanesi come ringraziamento per l'aiuto ricevuto , Vitto–
rio Emanuele Il (statua in una nicchia nel porticato del municipio] e le regine
Maria Teresa e Maria Adelaide alla Consolata. Alla Galleria d'Arte Moderna




