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Il cimitero israelitico, prima di avere,
nel febbraio 1867, definitiva sistemazione
in appositi settori del Cimitero Generale della città,
subì vari spostamenti. Nel 1668 fu trasferito
per ampliare l'A rsenale in
sito accomprato
da Pietrino Gay, di tavole 47, in figura triangolare
(LUIGI ARCOZZI-MASINO,
Le Necropoli Torinesi,
Camilla
&
Berta/ero Editori, Torino 1874),
cioè di fronte agli odierni edifici che danno
sul corso Matteotti e su parte di corso Re Umberto;
la comunità ebraica conservò tale cimitero antico
fino al 1706, anno in cui, per la battaglia di Torino
(guerra di successione spagnola), fu occupato e distrutto.
In conseguenza la comunità ottenne di seppellire
i suoi morti nell'antico ghetto di via delle Rosine.
Qui il cimitero rimase sino all'anno 1772
quando fu portato nella zona del Borgo Vanchiglia
in un terreno di 97 tavole (147 alla fine dell'800),
di proprietà di tale signor Mainardi che riscosse,
In questa chiesa, ancor oggi, è conservato insie–
me ai registri delle esecuzioni capitali avvenute
in Torino dal1600 in avanti,
il
cappio della for–
ca; il suo sagrato si apre direttamente sulla via
della Misericordia, che allora conduceva al cro–
cevia tuttora noto ai torinesi come
Rondò dla
Forca,
perché era un tempo sede del patibolo
pubblico di Torino.
Ricordiamo un ultimo luogo di sepoltura dei
tempi antichi: quello riservato alla comunità
ebraica che nel1551 cominciò a tener congrega–
zione in città, il cui primo cimitero fu ubicato
all'inizio della zona oggi comprendente il
vecchio Arsenale e fu , rispetto al nucleo urba–
no, il primo esempio di decentramento sepol–
crale.
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Questa era in sintesi la planimetria funeraria di
Torino al tempo del Concilio di Braga e nulla si
fece in seguito per cercare di rendere operante
quanto i canoni conciliari prescrivevano. La tra–
dizione era forte ed il cambiarla non era certo
cosa facile. A questo si aggiunga il flagello della
peste del1598 che trovò, in una Torino carente
di strutture igieniche, L2 facile esca. In quegli
anni la città era in continua espansione demo–
grafica, sia per il trasferimento da Chambery a
Torino (1563), per opera di Emanuele Filiberto,
della capitale del ducato sabaudo, sia per l'inur–
banamento degli abitanti dei borghi fuori le
mura, al fine di proteggerli dagli scontri con
l'esercito francese.
Una popolazione di oltre 20.000 persone era co–
stretta a vivere con insuperabili problemi di sa–
lute pubblica; né Emanuele Filiberto dettò
provvedimenti atti a fronteggiare la situazione,
sino al 1798, l'indennità di lire diciannove e soldi diciotto.
Di quest'ultimo trasferimento fa fede un regio decreto
in data 14 maggio 1772 che, tra l'altro, precisava:
...sarà cura del Maggior Generale conte Pinto
assegnare il sito gerbido che travasi
fuori della porta di Po a mezzo sinistra del borgo...
si ordina che il corpo di guardia del luogo
controlli che niuno pratichi insulti alle tombe.
Quanto riportato succedeva anche in seguito
alla ghettizzazione delle genti ebraiche.
La comunità che dal 1500 occupava la zona
di via Argentieri (ora via Principe Amedeo),
nei pressi del Gamellotto,
ne/1626 veniva trasferita coattamente al fondo
di via delle Rosine, accanto alla chiesa di San Michele.
Ancora nel 1679 si ha un ulteriore spostamento
nell'isolato del vecchio Ospizio di Carità
o del Beato Amedeo; e Madama Reale, con decreto
2 agosto 1679, ordinò che gli ebrei lasciassero
intento com'era a fortificare l'assetto difensivo
della nuova capitale. Così, alla fine del 1500,
mentre Torino era alla ricerca di una soluzione
alla penuria di abitazioni, all'altissima densità
di popolazione, alla corretta inumazione dei de–
funti, la peste mieteva vittime su vittime.
I cadaveri lasciavansi perpiù giorni ad ingombrar
le strade avviluppati e legati in lenzuoli e coperte,
in modo che non si distinguevano sefossero ma–
schi ofemmine, giovani o vecchi. ..
I morti veniva–
no portati fuori la cinta perimetrale, oltre la Do–
ra, verso le borgate Maddalene e Madonna di
Campagna,
...
dove anco se ne lasciavano la mag–
gior parte insepolti per la necessità di attendere a
nettare la città.
~
Evidentemente trent'anni passarono invano se,
nel 1628
il
morbo colpì nuovamente la città.
Questa volta Torino pagò un contributo altissi–
mo di 8.000 vite umane. L'inumazione di que–
ste salme veniva compiuta in modo improvvisa–
to e senza cautele all'alba, nei pressi dell'attuale
Regio Parco.
L'epidemia finalmente passò e precise istruzio–
ni dei Savoia permisero a Torino di svilupparsi
più omogeneamente.
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Poco, però, era stato fatto per le opere cimite–
riali; anzi ogni volta che era insorta una maggio–
re esigenza, invece di tentare nuove vie per ri–
solvere il secolare problema, si era continuato
secondo i criteri passati.
Ne
è
esempio la chiesa di San Francesco da
Paola costruita nel 1634 che divenne luogo di
sepoltura di molte famiglie nobili della città,
quali i Morozzi, i Graneri, i Provana; inoltre ai
piedi della prima cappella,
lato Vangelo,
furono




