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considerazioni storiche
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LEVIS MUMFORD,
La città nella storia,
Bompiani, Milano 1981.
Quando l'uomo passò dallo stato primitivo alla
vita sociale, subito seppellì i suoi morti, quasi a
proteggerli e trattenerli ancora nel mondo dei
vivi. Le tombe divennero un sacrario, si volsero
ad esse assidue cure, se ne attese un ammoni–
mento ed un responso, divennero l'altare dei
giuramenti più sacri. Né mai, per passare di se–
coli e per mutare di civiltà, anche se le forme
esteriori si trasformarono da un'epoca all'altra,
si spense il culto dei morti.
Esso pur nelle sue varie manifestazioni,
è
dun–
que antico quanto la civiltà; addirittura, secon–
do quanto asserisce il Mumford
L!_
la città dei
morti è antecedente a quella dei vivi... la precorre
e quasi ne costituisce il nucleo. La vita urbana co–
pre uno spazio storico delimitato dai più antichi
terreni sepolcrali del primitivo e dal cimiterofina–
le, la Necropoli, in cui tutte le civiltà sono andate,
una dopo l'altra, a morire. In tutto questo c'è un
ché di ironico.
Il primo spettacolo offerto al viaggiatore che arri–
vava in una città greca o romana, era la fila di se–
polcri e di pietre tomba/i che fiancheggiava le vie
d'accesso alla città. In quanto all'Egitto, quasi
tutto ciò che è rimasto della sua grande civiltà,
così piena di gioia in ogni manifestazione della vi–
ta organica, sono i templi e le tombe. Persino
nell'affollata città moderna, il primo grande eso–
do verso più gradevoli dimore campestri fu la mi–
grazione dei morti nei romantici elisi di un cimite–
ro suburbano.
Queste considerazioni sul culto dei morti ap–
paiono logiche premesse al succinto studio che
vorrebbe, per quanto
è
possibile, ricostruire la
storia del Camposanto Generale di Torino a ol–
tre 150 anni dalla data della sua istituzione.
Le nuove concezioni etiche portate nel mondo
antico dal cristianesimo favorirono differenti
dimensioni di vita, sia materiale che spirituale,
soprattutto rispetto a ciò che rappresentò
il
pen–
siero romano nell'antichità. Ed
è
proprio alla
assunzione da parte dell'impero romano della
religione cristiana a dottrina ufficiale di stato,
Concilio di Nicea del 325 d.
C., che si vennero a
stabilire nuove e diverse manifestazioni del cul–
to dei morti.
Dalle catacombe, confortanti
il
desiderio dei fe–
deli di rimanere
il
più vicino possibile ai loro
martiri, si passò alla costruzione di chiese pro–
prio in quei luoghi che avevano visto
il
sacrifi–
cio dei primi cristiani. Ha iniziato così il proces–
so di simbiosi fra la romanità e la cristianità: la
basilica romana - espressione del sociale - ispi–
ra sempre più la struttura della chiesa - espres–
sione del divino - e l'edificazione stessa di tali
edifici sui resti dei vecchi templi pagani ne
è
la
testimonianza concreta.
Non più templi a Giove o a Marte, bensì chiese
con i nomi dei martiri che sotto di esse riposa–
no, cosicché i luoghi che prima erano meta di si–
lenziosi pellegrinaggi, divengono ora simboli
della cristianità trionfante. Contemporanea–
mente la vecchia necropoli romana si trasforma
in luogo di sepoltura cristiana e come le cata–
combe sono diventate meta di culto e di pre–
ghiera, così i cimiteri sono considerati parte in–
tegrante e porzioni delle chiese.




